Articolo a cura dell’Istruttore BYTC di Torino Gaspare Ribaudo

Nella pratica quotidiana dello zhan zhuang che cosa cerchiamo?

Stiamo li, apparentemente immobili e ognuno con la propria tecnica (spero tutti), ma cosa facciamo veramente? Ti dico subito che se sei alla ricerca di risposte qui non le troverai, anzi, troverai tante altre domande ma attenzione, a volte capita che le risposte siano proprio sotto i nostri occhi, confuse in mezzo ai rivoli di mille domande, sai come si dice: “il diavolo si nasconde tra i dettagli”.

Stavo quindi dicendo, siamo fermi nella posizione e con la mente facciamo i controlli di rito, all’interno tutto è vivo, tutto è attento. Utilizziamo la solita tecnica che conosciamo bene e a un certo punto, tutto inizia a muoversi e molteplici sensazioni si susseguono sotto il controllo vigile della nostra mente. Chi pratica da qualche tempo potrebbe esclamare, è allora? E allora, di quale stato o condizione fanno parte queste sensazioni, che cos’è questo movimento interno?

La risposta più gettonata è sicuramente quella che spiega che si tratta del “Qi”, dell’energia, inoltre, tutta la letteratura sull’argomento ci viene in aiuto, spiegandoci quanti e quali tipi di “Qi” ci siano, e poi ancora bla… bla… bla…, ma tutto questo non basta, restano pur sempre un sacco di domande!

Nella pratica può capitare di perdere la nozione del tempo e del corpo ma questo stato di benessere lo realizziamo soltanto nell’istante in cui lo perdiamo. Altre volte si tratta di percezioni inconsce, subliminali, che non riusciamo a spiegare nemmeno a noi stessi. Pensate che stiamo parlando “solamente” dello zhan zhuang, non oso nemmeno pensare alle considerazioni che potremmo fare sugli “Shi Li”, sul “Tui Shou”, sul “Tai Chi Chuan” o sugli innumerevoli esercizi e stili che pratichiamo.

In un contesto così complesso, sia in termini di numerosità di esercizi, sia in termini di difficoltà oggettiva, ognuno di noi deve per forza affidarsi a qualcuno che, come siamo abituati a dire, conosce la Via. Dobbiamo fidarci, non c’è altra via di uscita. Fare zhan zhuang non significa stare fermi, il nostro caposcuola (e non solo) spesso si rattrista nel vedere persone che fanno zhan zhuang come se stessero aspettando il tram. Non fanno nulla. Molte di queste persone si vantano della quantità di tempo in cui riescono a stare fermi e, di conseguenza, di quanto sarebbero forti. Evidentemente nelle città in cui abitano, tra il passaggio di un tram e il successivo, trascorre un sacco di tempo.

La domanda che mi pongo è, questi praticanti, a volte “marzialisti” con anni di esperienza, hanno trovato il maestro giusto, quello che ha già percorso (almeno) il tratto di Via che insegna? Forse no. Forse si sono affidati a maestri incompetenti, oppure competenti ma furbi, che pur vedendo l’errata comprensione dell’esercizio non hanno eseguito nessun correttivo. Ma torniamo alla domanda iniziale, quando pratichiamo lo zhan zhuang, cosa facciamo veramente? E’ possibile in una società moderna come la nostra, in città come Torino, Milano o altre ancora, riuscire a trovare dei maestri che abbiano veramente la conoscenza e la “missione” di tramandare quest’antica disciplina? E ancora, è possibile per degli occidentali come noi, che conduciamo vite più o meno tranquille, comprendere veramente queste discipline?

Qui, ora, in molti di voi scatterà la solita associazione mentale che vi farà pensare più o meno questo: “eccolo lì, adesso scatta il solito pippotto sulla scuola, dirà che la B.Y.T.C. è la scuola migliore e che Master De Santis e il suo team di istruttori sono i più validi in circolazione, bla… bla… bla…”.
Non nego che la tentazione sia stata forte, tuttavia, l’obiettivo di questo mio scrivere è altro, inoltre, sappiamo benissimo che la maggior parte dei marzialisti abbraccia una scuola quasi come se fosse una fede, un dogma e quindi senza ma e senza forse. Quest’abbracciare una scuola senza mettere mai nulla in discussione, a volte è quello che ci lascia lì per anni “ad aspettare il tram che non arriva mai”.

Quello che voglio dire, è che dobbiamo continuare a domandarci cosa stiamo facendo e magari trasgredire (in buona fede) qualche piccolo regolamento etico per verificare se i nostri vicini di casa stanno aspettando anche loro il tram, e che dobbiamo confrontarci senza pregiudizi.

A supporto di questo mio pensiero, vorrei aggiungere che sono veramente convinto, che il mio maestro non se la prenderebbe per niente se venisse a sapere di una mia piccola escursione in uno stage della concorrenza (se così si può dire), forse né riderebbe tra sé e sé. No, non se la penderebbe per niente, tanto sa che tornerei più motivato di prima e questo vale per tutte le scuole autentiche.

Si lo so, tutto questo è poco “cinese” ma noi non siamo cinesi, siamo occidentali e questa pratica volere o volare c’è la dobbiamo cucire addosso diversamente, si badi bene che per “diversamente” non intendo dire che dobbiamo modificarla o semplificarla. Passatemi il termine, ma poiché siamo occidentali abbiamo sempre la necessità di intellettualizzare le cose e lo dico io che leggo poco materiale sull’argomento.

Riepilogando, penso che imparare veramente lo zhan zhuang non sia poi così difficile, attenzione ho detto imparare, questo perché credo che la sua comprensione richieda molti anni di pratica e ricerca costante sotto la guida attenta di un buon maestro.
Lo zhan zhuang non è una pratica che si può archiviare in fretta, credo che si possa tranquillamente equiparare allo ZaZen dei buddisti.
Le uniche cose veramente necessarie sono: una scuola molto seria, un caposcuola portatore di conoscenza e un team di istruttori selezionati e verificati costantemente.  Sembra poco, vero? E come facciamo a capire se abbiamo trovato tutto questo?

Semplice, il tram che stavi aspettando arriva.

Colgo l’occasione per salutare tutti gli amici della B.Y.T.C. e ricordare che i pensieri formulati in quest’articolo, sono fatti nel pieno rispetto di tutte le altre scuole.

A cura di Gaspare Ribaudo (Istruttore YiQuan B.Y.T.C. di Torino)